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L’approccio umanistico-corporeo nelle dipendenze: una nuova prospettiva

di Cristina Borroni

 

Centro Sarvas

L’approccio umanistico-corporeo nelle dipendenze: una nuova prospettiva

di Cristina Borroni

 

Il problema della dipendenza secondo l’approccio Umanistico viene inquadrato in un'ottica bio-psico-sociale che tiene conto di un principio umanistico molto importante, ossia che la persona umana dispone della capacità di essere agente di scelte, libera e responsabile, (Mischel, 1981); tende, in altri termini, a divenire un soggetto, in senso psicologico, etico e sociale.

In base alla teoria della personalità di C. Rogers tale tendenza, per esplicarsi e divenire operativa, necessita che l'ambiente svolga un ruolo positivo, "facilitante" nei confronti delle potenzialità dell'individuo. Una piena integrazione è dunque indissolubilmente legata ad una serie di fattori ambientali, cioè familiari e sociali. Se essi sono carenti, la conseguenza è da un lato il fallimento nell'approdare ad una piena maturità di soggetto, dall'altro vari gradi e tipi di disagio e sofferenze, vissuti o inflitti, che vanno dal comportamento antisociale alle malattie mentali vere e proprie in cui, secondo il presente punto di vista, il danno biologico consegue a quello psicologico. Anche l'abuso di sostanze trova posto in questa definizione. Nel tossicodipendente la qualità di soggetto è gravemente compromessa: egli divide con i portatori di malattie mentali una condizione di minore libertà, di riduzione delle opzioni di vita e di incapacità a far fronte alle proprie responsabilità.

 

CARATTERISTICHE DELLA RELAZIONE D’AIUTO CON IL DIPENDENTE

La richiesta d’aiuto, poiché sempre tardiva, tenderà ad assumere i connotati della drammaticità e dell’urgenza. Questo perché la dipendenza rappresenta un’aspettativa di piacere, ossia un’oscillazione tra il desiderio di liberarsi dalla sostanza, dalla droga dalla condotta compulsiva o dalla persona e incapacità di rinunciarvi per il piacere che essa procura. Inoltre, la persona dipendente assume un atteggiamento autoaccusatorio, si vergogna di se stesso.

Nel partecipare alla relazione di aiuto la persona dipendente inizialmente tende a lasciar vedere solo la parte “buona” si sé, quella polarizzata verso il cambiamento. In questa fase iniziale della relazione d’aiuto, le persone dipendenti portano ai colloqui solo temi ricorrenti: intenzione di cambiare, elencando le persone per cui lo vuole fare, esplicitando il disprezzo e rifiuto nei confronti di ogni tipo di sostanza. “io non sono come tutti gli altri, io sono diverso, voglio davvero cambiare”. Infine, avanza atteggiamenti seduttivi nei confronti dell’operatore/ professionista, “siamo la coppia più bella del mondo” . Si tratta di una fase di splendore, di luna di miele  dentro la relazione curativa, che dopo aver raggiunto il suo culmine, sarà destinata ad un altrettanto rapido declino. Nello sviluppo di una relazione così impostata, la persona dipendente tenderà ad una scarsa partecipazione emotiva, distacco dai sentimenti. Le emozioni, l’eccitazione e la vitalità della persona dipendente sono legate all’oggetto di dipendenza e separate dall’intenzione curativa.

A fronte di tutto ciò, chi si fa carico della relazione di aiuto incomincerà presto ad avvertire una sensazione di inconcludenza, a sentirsi in una condizione di “stallo”. Le risposte emotiva più probabili saranno la noia, il tradimento, l’abbandono, delusione, cinismo, impotenza, sfiducia e indifferenza.

Inoltre, sia il professionista che la persona dipendente sono incongruenti. Questo impasse si risolverà nel modo più prevedibile e logico: la ricaduta della persona dipendente, che segnerà la fuga dalla relazione d’aiuto.

 

INDICAZIONE NELLA GESTIONE DELLA RELAZIONE D’AIUTO

Non esistono ricette per uscire dall’impasse o per evitare di entrarvi: forse l’impasse è un passaggio inevitabile per questo tipo di relazioni.

LA PERSONA DIPENDENTE cerca attraverso la sostanza o la relazione affettiva un auto-medicamento per alleviare le tensioni psicologiche e il proprio malessere esistenziale.

Il sintomo di dipendenza deve essere visto come il tentativo di un’organismo umano di sopravvivere e continuare a crescere pur trovandosi in situazioni avverse (tendenza attualizzante di Carl Rogers,1961e1977)

Come si deve comportare il professionista della relazione d’aiuto?

  1. Rifiuto del potere: tutte le volte che la persona affetta da dipendenza in trattamento cerca di darci il potere di trasformarlo, di cambiarlo, di guarirlo, noi dobbiamo respingere la sua offerta e restare dentro i nostri limiti. Quando il tossicodipendente ci conferisce questo potere sta scindendo la parte malata da quella sana, ci affida quest'ultima e se ne libera, passivizzandosi.
  2. Empatia anche verso il polo negativo dell'ambivalenza, quello che lavora per

il mantenimento della tossicodipendenza.

È importante che l'operatore/professionista colga ogni occasione per poter empatizzare con il piacere ed il sollievo che le dipendenze inducono nel consumatore, con l'eccitazione che accompagna la ricerca non sempre facile della dose giornaliera, con il sentimento di accresciuta autostima che può arrecare l'essere riusciti a farla franca sui controlli delle forze dell'ordine, e così via. E’ importante che il tossicodipendente si senta visto e capito anche in questi aspetti della sua esperienza, poco nobilitanti se vogliamo, ma che spesso costituiscono la sua unica ragione di vita. Ignorarli significherebbe rinforzarli (Guelfi et al. 2001 a).

  1. Un ulteriore aspetto, davvero strategico nella relazione di auto con il tossicodipendente, riguarda la trasparenza. È di fondamentale importanza che l'operatore/professionista sappia esprimere in modo diretto i propri sentimenti e vissuti nel qui e ora della relazione, compresi quelli più problematici. Riguardo alle condizioni definite da Rogers come "necessarie e sufficienti" per promuovere un cambiamento significativo nella relazione d'aiuto (Rogers, 1957), con il cliente tossicodipendente la congruenza/trasparenza, soprattutto all'inizio, è forse quella che deve essere più attiva per consentire un "aggancio" efficace e gettare le basi per l'alleanza terapeutica o consulenziale.

Dunque, l'obiettivo della relazione d'aiuto non deve essere tanto quello del superamento dei comportamenti dipedenti, cosa che farebbe partire il rapporto già su un presupposto sbagliato e collusivo, quanto soprattutto il mantenimento della relazione stessa. È proprio questo il fuoco del lavoro con la persona tossicodipendente: il mezzo, ossia la relazione, e il fine, ossia la conquista e il mantenimento della relazione stessa, tendono a coincidere.

Dopo aver creato un buon clima di fiducia con la persona dipendente instaurando una relazione d’aiuto secondo l’approccio Umanistico Rogersiano come indicato in precedenza, può essere importante portare la persona a modificare il rapporto con le proprie esperienze interne sviluppando l’abilità di osservare la propria esperienza mentre accade, e non solo quella di esserne il soggetto, il protagonista e l’attore.

Questa capacità del sé di osservarsi in azione in modo non giudicante e non orientato a modificare in alcun modo ciò che si sta osservando, crea quello spazio, quel decentramento necessari a perseverare nelle proprie scelte e nei propri comportamenti anche in presenza di esperienze di vita dolorose e spaventose. Da qui l’emergere di modelli psicologici che si fondano sulla constatazione dell’ubiquità della sofferenza umana e della conseguente impossibilità di liberarsene o di risolverla, stimolando lo sviluppo e l’applicazione in ambito terapeutico di principi e metodi profondamente radicati nella psicologia orientale, con l’esigenza di integrare diversi approcci valorizzando quelle componenti innate della natura umana, decisive nell’influenzare la lettura degli eventi, i comportamenti e gli stati emotivi dell’individuo.
Tali componenti sono:

  1. accettazione dell’esperienza (Hann, 1998; Hayes, Strosahl, Wilson 1999),
  2. atteggiamento compassionevole verso la propria e altrui sofferenza (Gilbert, 2005),
  3. capacità di auto-osservazione non giudicante (Kabat-Zinn, 1990), nell’idea che la mente può osservare se stessa e comprendere la propria natura (Dalai Lama, Benson, Thurman, Goleman e Gardner, 1991).

La capacità peculiare di tali componenti è quella di dirigere l’attenzione verso la sfera emotiva e verso il rapporto di interdipendenza e reciproca influenza tra mente e corpo (Goleman, 1991), e più in generale in un atteggiamento capace di armonizzare e normalizzare le variabili intra e interpersonali.

Tutte queste componenti possono essere riassunte nel concetto di mindfulness.

La mindfulness consiste quindi nella capacità di sviluppare e mantenere un’attenzione consapevole, non è una tecnica di rilassamento, bensì una pratica per sviluppare l’attenzione volontaria.

La mindfulness non cambia i contenuti della nostra mente (pensieri) ma le nostre relazioni con essi e si presenta come uno strumento che può essere integrato ad una terapia. Nelle diverse sessioni viene dato rilievo alle sensazioni corporee, ai pensieri ed alle emozioni e per questo i partecipanti vengono spesso spronati a tornare all’esperienza immediata. Con la mindfulness si tenta di gestire craving ed impulsi osservandoli e senza farsi travolgere dentro. La mindfulness, infatti, vuole aiutare questi pazienti a vedere le cose per come sono: riconoscere, sentire e accettare il disagio quando si manifesta e cercare di comprenderlo invece che rifuggirlo. Si mira inoltre a fornire strumenti su come far fronte alle ricadute: se l’individuo acquisisce nuove strategie di coping nelle situazioni stressanti, il senso di autoefficacia viene potenziato e le probabilità di ricaduta si riducono.

Tramite gli esercizi di mindfulness si vuole aiutare la persona affetta da dipendenza da sostanze a prendere coscienza del ventaglio di scelte a sua disposizione uscendo quindi dalla “trappola mentale” della dipendenza. Questo permette di uscire dagli schemi mentali e dalle reazioni automatiche.

Il programma viene svolto in gruppi di circa 6-12 partecipanti oppure individualmente. Esso consiste in otto sessioni a cadenza settimanale della durata di circa due ore l’una. Il setting ideale deve avere tappetini, cuscini e pouff in modo da permettere di sedersi sul pavimento comodamente.

Le otto sessioni sono così suddivise:

Nelle prime tre sessioni si lavora sulla pratica della consapevolezza e sulla sua integrazione nella quotidianità.

Nelle tre sessioni centrali si mira all’accettazione dell’esperienza presente e all’applicazione nella prevenzione della ricaduta.

Nelle ultime due sessioni si estende la pratica a questioni legate alla cura del sé, alla rete di supporto ed a uno stile di vita equilibrato.

In conclusione, si può affermare che la mindfulness non è da considerarsi come un’alternativa alla psicoterapia, ma come una sua possibile e utile integrazione di cui possono beneficiare sia il cliente che il terapeuta. Infatti, l’implicazione psicoterapeutica più importante della mindfulness, non consiste tanto in tecniche, seppur preziose, da insegnare ai clienti, quanto piuttosto nella capacità del terapeuta

di essere davvero presente nella relazione (Bien, 2006).

Bibliografia

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Grillo, L. (1993), Rapporti tra astinenza da oppiacei, sindrome depressiva e legami con la figura materna, N.P.S., 2.

Rogers, C.R. (1942), Counseling and Psichotherapy, Houghton Mifflin, Boston; trad. it. Psicoterapia di consultazione, Astrolabio, Roma 1971.

Rogers, C. R., Kinget, M. (1962), Psychothérapie et relations humaines; trad. it. Psicoterapia e relazioni umane, Boringhieri, Torino 1970.

 

Vaccari, V., Zucconi, A. (1996), Il mondo delle relazioni interpersonali secondo Carl Rogers, Rivista di psicoterapia relazionale, 4.

Rogers C. R. (1961) On Becoming a Person, A therapist view of psychotherapy, 16 Hougthon and Miffling, Boston (tr. It. La terapia centrata sul cliente, Martinelli, Firenze, 1970).

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Cancrini M. C., Mazzoni S. (2002) I contesti della droga, Franco Angeli, Milano.

Cancrini M. C., Mazzoni S. (2002) I contesti della droga, Franco Angeli, Milano.

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Bowen, Chawla, Marlatt. (2013). Mindfulness e comportamenti di dipendenza. Raffaello Cortina editore.

 

Kabat-Zinn, J. (1999) Wherever You Go, There You are” ( tr. It Ovunque tu vada ci sei già) Tea libri editore.

Siegel, Daniel J. (2001) La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, Raffaello Cortina Editore-

 

Zindel V., Segal J., Mark G., Williams Johan D. Teasdale Mindfulness- Based Cognitive Therapy for Depression Second Edition (tr. It. Mindfulness, al di là del pensiero, attraverso il pensiero)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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