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Nudo, cioè fragile.

Nudo, cioè fragile. - Centro Sarvas

di Annica Cerino

Nudo, cioè fragile.

La prima volta che nella storia dell’umanità l’uomo si è nascosto, vergognandosi della propria nudità, è stato nel giardino dell’Eden; dopo essere stati ingannati dal serpente, Adamo ed Eva si sono scoperti nudi e hanno sentito per la prima volta la fragilità di quella nudità. Si sono percepiti persi e disorientati. Hanno avvertito la nudità come qualcosa di non ammissibile, non adeguato all’amore incondizionato a cui erano abituati. Quella nudità, prima percepita come naturale, non era più concessa.

Adamo si nasconde dietro a un albero, motivando questo gesto davanti a Dio con un genuino “perché sono nudo”. Prima di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza non esisteva vergogna perché non vi era consapevolezza della nudità; appena creati, Adamo ed Eva, come bambini, non erano coscienti della loro condizione, della loro fallibilità, pertanto non sentivano il bisogno di nasconderla.

Fuori dall’Eden hanno vissuto con la quotidiana nostalgia di quel giardino, prima che diventasse nemico. Hanno evocato un amore incondizionato e sono stati ancora attratti dal male, che spoglia e ferisce. Nel loro vivere tra dolori e fatiche, hanno continuato a nascondersi e a mascherarsi. La vulnerabilità è diventata qualcosa di cui vergognarsi.

Potrei azzardare a dire che la prima maschera dietro cui un individuo si è nascosto è stato un albero nell’Eden.

Percepire la propria nudità significa essere consapevoli della finitezza dell’essere umano. Tuttavia, cerchiamo un albero dietro cui nasconderci.

La nudità ti espone ai pericoli delle intemperie della vita, al giudizio degli altri, al sentore della minaccia che mina la tua integrità. La nudità ti rende fragile, perché sei esposto.

Ma sei Vero.

Innumerevoli volte mi sono ritrovata nuda davanti alla realtà, speravo, sognavo, desideravo di essere amata così come ero, ma in alcune circostanze la realtà mi ha ferita. A volte mi ha fatto dubitare di me e della mia nuda verità, mi ha fatto sentire senza forze e senza risorse. Ho provato vergogna della mia vulnerabilità. Della mia nudità così com’è. Una volta asciugate le stille di dolore e leccate le scudisciate sull’anima, ho colto l’occasione per iniziare un nuovo cammino.

Costruiamo una maschera o un vestito che nasconda la nostra nudità, che assolva alle funzioni sociali e relazionali, lo facciamo con tanta diligenza, tanto quanto è grande la paura di essere scoperti e di ritrovarci nudi e fragili, derisi e attaccati o, ad ogni modo, giudicati.

Viviamo in un doppio gioco quasi per tutta la vita e ciò distrugge la pienezza della vita stessa; ci lasciamo sfuggire di mano la possibilità di vivere esperienze a pieni polmoni, a volte semplicemente di viverle. Abbiamo paura di porci di fronte agli altri con le personali incapacità, con le intime miserie e con la più spontanea disperazione, che ogni essere umano vive nelle segrete buie della sua maschera.

Preferiamo ostentare sorrisi smaglianti, su un viso tracciato di tristezza; elargiamo pillole di saggezza e consigli rassicuranti quando tra le cuciture di quel vestito così ben confezionato trapela una verità disarmante.

Perché tanta paura della propria nudità? Cosa avremmo paura di perdere? La faccia? Ovvero la maschera?

Forse, abbiamo paura di non essere più ammirati? Paura di non essere più amati se mostriamo la nostra vulnerabilità?

Paradossalmente, quello che ammirano di te è la tua maschera – “meglio questo che niente” direbbe qualcuno – ma allora non c’è farmaco, non c’è soluzione a lenire la dilaniante solitudine che ti tormenta. E il soliloquio non è più una scelta, ma una condanna.

Continuando a respirare dietro a quella maschera e a sbirciare il mondo da quelle due fessure, non ti concedi l’opportunità di scoprirlo. Non saprai mai cosa c’è dall’altra parte.

Lo so, fa paura. Ma la resa è necessaria. Necessaria alla vita che hai. Necessaria al valore che vuoi darti, quello autentico, non il valore attribuito al burattino di te stesso che porti in giro.

Nudo e fragile, con i tuoi rinnegamenti, tradimenti, con la tua pochezza, le tue bruttezze, con le tue paure, puoi trasformare tutto questo in possibilità e riapertura di un nuovo tratto di strada. Diventare uomo e spogliarsi delle fattezze del burattino non è un viaggio scontato, ma è possibile. Occorre volontà e coraggio, ma dopo un po’ ti renderai conto di camminare sul terreno solido e piacevole della verità e non sulla sabbia della bugia.

Spogliarsi vuol dire riportarsi alla realtà e quindi sentirsi disarmato, indifeso, nudo, e cioè molto fragile. È un percorso difficile, occorre a volte attraversare anfratti dolorosi, la paura di non farcela, la vergogna di non essere all’altezza delle aspettative dell’altro e dunque delle tue.

Occorre perdere la faccia per farti amare così. Per amare te stesso, più di quanto non immagini. Per lasciarti amare anche in questa condizione di vulnerabilità.

Certamente il timore di esporti, mostrandoti nudo all’altro, in parte ha una sua giustificazione: mettere a nudo le proprie fragilità in alcuni casi equivale a dare all’altro una potenziale arma con la quale ferirti. Non saremo mai del tutto sicuri che chi ci sta di fronte non cerchi di generare in noi la vergogna per quello che siamo; è per questo che la nudità è sempre un rischio, vivere da persone vere vuol dire vivere esposti al pericolo, senza una corazza che ci protegga dal mondo esterno. Ma se la corazza protettiva ha anche l’effetto di isolarci e tagliarci fuori dalla vera vita, un’esistenza esposta al rischio diventa l’unica soluzione possibile per non lasciare che la nostra vera natura soffochi per la vergogna e la paura.

Quotidianamente ci sentiamo costretti a mascherarci, a reprimere le nostre emozioni e i nostri sentimenti per andare incontro ai desideri altrui, questo – come ebbe modo di scoprire lo psichiatra austriaco Reich – dà origine a dei blocchi che si manifestano anche sul piano fisico. Si può dunque dire che la maschera la portiamo non soltanto sul volto, ma su tutto il corpo. Ed è una maschera che impedisce al dolore di entrare, ma anche alle emozioni di uscire. La nostra essenza nuda, quindi, resta imprigionata dentro un’armatura costituita con tutto ciò che ci rappresenta, ma che non abbiamo il coraggio di vivere.

Come intuì Alexander Lowen, allievo di Reich, è necessario rilassare le contratture muscolari per permettere alle emozioni di giungere alla coscienza e all’energia vitale bloccata di fluire liberamente. La bioenergetica sviluppata da Lowen, quindi, si propone di dissolvere la maschera fisica per sciogliere contemporaneamente anche quella interiore.

Concetti come quello di corazza o armatura caratteriale implicano l’idea della difesa; non ci mascheriamo con l’intento primario di ingannare l’altro, ma di difenderci da lui, dal dolore primario a costo di fingere, a volte, anche con noi stessi. Mostrarci nudi, quindi fragili, è difficile anche di fronte a uno specchio. Amiamo vederci forti, privi di difetti, ma molto spesso il confronto con la nudità infrange l’ideale coltivato con tanta cura, ma che non regge al contatto con il reale. E così che la disabitudine al nudo ci rende capaci di accettare sentimenti non nostri, immagini inautentiche di noi stessi, vite perfette ma artificiali.Tutto pur di evitare l’esposizione di un corpo vero del quale, da Adamo in poi, abbiamo imparato a vergognarci, dopo aver appreso con sgomento che non sarà mai all’altezza del divino che l’ha creato.

Per riprendere il titolo di un’opera del filosofo Emil Cioran, "La caduta nel tempo” di Adamo ci ha resi coscienti delle nostre imperfezioni, della nostra finitezza, della nostra lontananza dal divino, ma quella stessa consapevolezza che ci ha condannati può essere anche il primo passo per poter vivere il nostro tempo pienamente e da individui veri.

 

Ho così tanti sentimenti
che a volte mi convinco
di essere un sentimentale,
ma a mente fredda riconosco
che è solo un fatto mentale
non ho avuto sentimenti.

Tutti noi abbiamo
una vita che è vissuta
e un'altra che è pensata,
e l'unica vita che abbiamo
è quella che è sparita
tra la vera e l'immaginata.

Quale sia però quella vera
e quale l'equivocata
non potrà dirlo nessuno;
noi viviamo in tale miniera
che la vita che ci è data
è quella che si deve pensare.

(F. Pessoa)

 

 

 

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