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Quando hai smesso di fidarti di ciò che senti?
C’è una domanda che, se ci fermiamo davvero a sentirla, può spostare qualcosa dentro: in che punto della nostra vita abbiamo smesso di fidarci di ciò che sentiamo? Non è una domanda immediata, né comoda. Ma è proprio da lì che Alexander Lowen, nel suo lavoro, invita a partire.
Da piccoli, il rapporto con ciò che sentiamo è diretto. Se siamo tristi piangiamo, se siamo felici ridiamo, se qualcosa ci fa arrabbiare lo mostriamo senza troppi filtri. Corpo, emozioni e comportamento parlano la stessa lingua. Poi però cresciamo, e lentamente impariamo che non tutto è accettato. Alcune emozioni vanno bene, altre no. Alcuni modi di esprimersi vengono accolti, altri corretti o rifiutati.
Così iniziamo ad adattarci.
All’inizio è naturale, persino necessario. Ma a un certo punto questo adattamento può diventare qualcosa di più profondo: una distanza da ciò che sentiamo davvero. Lowen chiama questo processo “nevrosi”, ma non nel senso comune di malattia grave. Piuttosto, come un modo di vivere diffuso, quasi normale, in cui il contatto con il proprio sentire si indebolisce.
Per proteggerci, costruiamo un carattere. Non semplicemente una personalità, ma un insieme di difese: modi abituali di reagire, di controllarci, di stare nel mondo. Se da piccoli abbiamo sperimentato rifiuto, tensione o paura, impariamo strategie per non soffrire troppo. Il problema è che queste strategie, col tempo, non si sciolgono più. Restano. E iniziano a guidarci anche quando non servirebbe.
È così che spesso ci ritroviamo a vivere “bene” in apparenza, lavoriamo, costruiamo relazioni, andiamo avanti, ma con una tensione di fondo, come se fossimo sempre un po’ in guardia.
Uno dei segnali più chiari è la difficoltà a sentire pienamente. Non è che le emozioni spariscono: è che vengono trattenute. C’è chi non riesce più a piangere, chi non sa esprimere rabbia, chi si mostra sempre forte o sempre disponibile. Maschere che funzionano, certo, ma che alla lunga pesano.
E non riguarda solo la mente. Il corpo parla. Il respiro si accorcia, le spalle si irrigidiscono, la mandibola si contrae. È come se il corpo stesso dicesse: “meglio non sentire troppo”.
Un altro aspetto sorprendente è la ripetizione. Molte persone, a un certo punto, si accorgono di vivere sempre gli stessi schemi: relazioni simili, conflitti simili, sensazioni che tornano. Non è solo sfortuna. Lowen suggerisce che il nostro carattere, formato nel tempo, tende a portarci proprio lì. Come una lente che filtra il modo in cui vediamo e scegliamo la realtà.
In questo senso, quello che chiamiamo “destino” spesso non è qualcosa di esterno. È il risultato di abitudini interiori che si ripetono senza che ce ne accorgiamo.
Ma il punto non è colpevolizzarsi. Nessuno sceglie il proprio carattere da bambino. La vera possibilità sta nel diventare consapevoli. Nel vedere quei pattern, riconoscerli, e piano piano creare uno spazio diverso.
Per Alexander Lowen, però, capire non basta. Possiamo analizzare la nostra storia all’infinito, ma il cambiamento vero inizia quando torniamo a sentire. Quando ci riavviciniamo al corpo, alle emozioni, a ciò che abbiamo tenuto lontano. È un processo lento, a volte scomodo. Ma è lì che torna la vitalità.
E qui emerge una distinzione importante: quella tra una vita che funziona e una vita che è viva. Possiamo essere efficienti, adattati, persino “di successo”, e allo stesso tempo sentirci distanti da noi stessi. Vivere più per ciò che “dovremmo essere” che per ciò che siamo davvero.
Essere vivi, invece, significa anche accettare una certa perdita di controllo. Significa permettersi di sentire, non solo le emozioni piacevoli, ma anche quelle scomode: paura, tristezza, vulnerabilità. Ed è qui che Lowen introduce un’idea potente: il vero coraggio non è diventare invulnerabili, ma restare in contatto con ciò che sentiamo.
In questo senso, essere “eroici” non significa essere forti e perfetti. Significa non scappare da se stessi.
Forse, allora, la domanda iniziale cambia leggermente forma. Non si tratta più solo di capire quando abbiamo smesso di fidarci del nostro sentire, ma di chiederci: quanto spazio gli diamo oggi?
Perché il percorso non è diventare diversi, né perfetti. È, più semplicemente e forse più difficilmente, tornare, un po’ alla volta, a sentirci vivi dentro la nostra esperienza.


