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Sono online e disconnesso

Sono online e disconnesso - Centro Sarvas di Annica Cerino

di Annica Cerino

In questa epoca in cui tutto è “liquido” dalla fruizione delle relazioni ai legami familiari, dalla liquidità lavorativa alle certezze per il futuro prossimo, la consapevolezza è  qualcosa che tanti stanno cercando.

La consapevolezza, termine usato con tanta spensieratezza in diversi ambiti, sembra che sia diventata l’emergenza di questi tempi. Ma come raggiungerla in un’ epoca in cui siamo abituati alla cena take away, gustata davanti al televisore che manda in onda il nostro programma preferito mentre tra un boccone e l’altro inviamo un twitter al nostro amico? E intanto cerchiamo di ascoltare, si fa per dire, nostro figlio che ci sta raccontando la sua giornata?

Sparpagliati e soli si  brancola in un territorio rumoroso eppure sordo. Al rumore ci siamo tanto assuefatti che non ce ne accorgiamo più. La sordità è verso l’altro e verso noi stessi. Convinti di essere al centro di un esagitata rete di comunicazione, in cui si presuppone che  ci sia un altro realmente interessato a noi dall’altra parte, si vive con la convinzione che questa sia la libertà. Si è convinti che questa sia la  libertà di essere come , di avere tanti contatti e tanti amici, la libertà di iniziare e sciogliere una relazione con la stessa facilità di quando si scarta una caramella. Che si è liberi da un vecchio sistema, adesso morto, in cui però si parlava e ci si ascoltava. Veramente. Non  voglio riproporre il vecchio e oramai trito ritornello <ah, una volta sì, che si stava meglio> No!

Giorgio Gaber in una sua celebre canzone diceva . Il disinteresse all’altro come persona offline, anziché online, il disinteresse alla realtà immediatamente vicina a noi e pure a quella sociale è dilagante, di pari passo, inconsapevolmente, siamo disinteressati anche a noi. Non partecipiamo neppure a noi  stessi, abbiamo disimparato a partecipare e a sentire il nostro corpo. La libertà è ritornare a sentire il malessere che ci ha indotto a comunicare in pochi caratteri con uno schermo luminoso. Forse è così che ci si potrebbe avvicinare alla consapevolezza: sentire ciò che non si vorrebbe sentire, riprendere un contatto, autentico, con noi, anche con la mediazione corporea. 

Accanto allo sfarfallio luccicante di una società che ci  ha promesso bellezza, successo e tanti amici, c’è l’atra rete in cui si è incagliati, quella cristallizzata dentro di noi, quello delle “corazze caratteriali” che, per tanti anni, ci siamo cucite nel corpo e nella mente per poter fronteggiare una piccola realtà, quella familiare o di riferimento, che ci avrebbe amato ed accettato solo se fossimo stati come volevano loro.

L’uomo contemporaneo, con  sua la corazza caratteriale ( e muscolare) calata in una società in cui lo vuole alienato da se stesso, perché più comodo al mercato, incontra maggiori difficoltà a rendersi consapevole di ciò che è. I due mondi s’intersecano e si alimentano a vicenda.

L’uno ha bisogno di vendere rumore, distrazioni ed illusioni, l’altro ha bisogno del rumore, delle distrazioni e delle illusioni, pur di non sentire il dolore del suo corpo, la voce del suo corpo e il lamento della sua anima.

Eppure, l’uomo contemporaneo, pur di mantener vivo questo stato, che illusoriamente gli dà delle certezze, paga lo scotto di una grave mancanza di introspezione che lo tiene in uno stato d’agitazione incessante attraverso vaghe apprensioni, complicazioni psicologiche, un bisogno insaziabile di pillole, di alcool, di tabacco, di cibo e soprattutto imponendogli un pesante fardello di nevrosi.

[…] “ All’uomo piace credere di essere padrone della propria anima. Ma nella misura in cui egli si dimostra incapace di controllare i propri stati d’animo e le proprie emozioni, o di prendere coscienza degli infiniti modi segreti in cui i fattori inconsci arrivano a insinuarsi nei suoi propositi e nelle sue decisioni, egli non è affatto padrone di se stesso. L’uomo moderno cerca di evitare di prendere coscienza di questa spaccatura della sua personalità istituendo un sistema di compartimenti stagni. Certi aspetti della sua vita esteriore e del suo comportamento sono mantenuti, per così dire, in zone separate e non sono mai messi a confronto fra di loro.”
(C.G.Jung – L’uomo e i suoi simboli)

Dunque, sia per quell’insieme di processi mentali e strutture caratteriali che ci hanno forgiato ad essere quello che ora siamo, nevrotici, sia per la “libertà” che abbiamo accettato come inevitabile, viviamo offline.

Il nevrotico, vive offline, in quanto lontano da sé, interpreta la realtà sulla base dell’illusione originaria; l’uomo contemporaneo vive offline scambiando l’illusione per realtà.

 

 

 

 

 

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