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Le radici filosofiche del counseling

Le radici filosofiche del counseling - Centro Sarvas

di Annica Cerino

Dall’Esistenzialismo ad oggi

 

L’esistenzialismo è una corrente filosofica nata tra i due conflitti mondiali. Si configura come la risposta a una crisi esistenziale che l’uomo e la società in quel periodo stavano vivendo.

Tale crisi è ben rappresentata dalla famosa frase di Friedrich Nietzsche, contenuta ne La gaia scienza: “Dio è morto”; con questa espressione il filosofo volle indicare che l’ordine precostituito di regole morali, etiche, religiose e sociali si era dissolto.

Dio è morto vuol dire che è morto il valore assoluto, la verità assoluta, ma esistono tante verità, dalle quali discende tutto il resto. Le verità si costruiscono nella vita attraverso l’esperienza.

L’illusione che ci sia un’esistenza sovrumana a pianificare il nostro destino su questa terra si è frantumata. A questo punto è l’uomo al centro della sua esistenza, ma è anche artefice e attore principale della sua realtà.

“Dio è morto!”, per dire che l'idea di Dio non è più fonte di alcun codice morale o teleologico.

Questo avviene con l’avvento della modernità, della tecnologia e della scienza.

Secondo l’esistenzialismo, quindi, l'uomo è l'attore del suo farsi nel mondo, il responsabile di ogni sua azione e il costruttore di ogni suo scopo o significato.

La morte di Dio condurrà, secondo Nietzsche, non solo al rifiuto della credenza in qualsivoglia ordine cosmico o fisico, ma anche al rifiuto dei valori assoluti stessi, al rifiuto di credere in un’oggettiva e universale legge morale che lega tutti gli individui. In questa maniera, la perdita di una base sicura della morale condurrà al nichilismo, ciò su cui Nietzsche lavorò al fine di rivalutare i fondamenti dei valori umani.

Questa visione potrebbe sembrare pessimista, ma in realtà offre diverse opportunità di sviluppo, perché secondo il filosofo tedesco la morte di Dio apre la strada al completo sviluppo delle abilità creative dell’uomo. Il Dio cristiano non si pone più sulla loro strada e gli uomini possono così smettere di guardare sempre a un regno soprannaturale e iniziare a comprendere finalmente il valore di questo mondo. Crollano, in altri termini, quelli che in Così parlò Zarathustra Nietzsche definisce “dietromondi”.

L’esistenzialismo nasce in contrapposizione all’ordine dogmatico, razionale e materialista del mondo occidentale. Non a caso, all’epoca, crebbe anche la curiosità verso la cultura orientale, la quale mette l’uomo al centro della propria esistenza e lo considera responsabile del vita del mondo. Quest’apertura generò una messa in discussione dei preconcetti culturali dell’occidente e un’evidente contaminazione della filosofia orientale.

Per l’esistenzialismo, l’esistenza è un continuo divenire, nulla permane immutato. Tutto è un proiettarsi verso ciò che ancora non è.

La frase che forse meglio rappresenta l’esistenzialismo è quella di Sartre, il quale sostenne che “l’esistenza precede l’essenza”. L’esistenza è incarnata dall’individuo, che è colui che crea i valori universali e attribuisce valori alle cose (essenza)[1].

L’uomo, durante i suoi transiti esperienziali ed esistenziali, ha attribuito e attribuisce un nuovo significato alle cose e al mondo (vedi, ad esempio, il valore della famiglia). Col progredire dell’evoluzione umana i significati e i valori cambiano.

Per l’esistenzialismo il carattere proprio dell’esistenza è il continuo mutamento, la continua trasformazione evolutiva, il progredire insito nell’uomo; pertanto è l’uomo che fa la sua realtà ed è responsabile della realtà intorno a sé. L’uomo ha la possibilità di scegliere e di creare da sé la propria esistenza e i propri valori.

In questo senso si può dire che l’esistenzialismo accolga il messaggio degli eraclitei: “panta rei”, tutto scorre. La forma dell’essere è quindi il divenire, poiché ogni cosa si trasforma, quindi nulla è statico, ma tutto è dinamico.

L’uomo è pertanto libero di diventare ciò che è (“diventa ciò che sei” direbbe Nietzsche, oppure “sviluppa le tue potenzialità”, direbbe Rogers, o ancora “fai fiorire il seme che sei”, esorterebbe Jung), è libero di scegliere le strade da percorrere e le azioni che ritiene più idonee per raggiungere la sua autorealizzazione. Ma ha anche la responsabilità di ciò che fa, non solo per se stesso, ma anche per l’altro, per il mondo, in quanto il proprio modo di essere si ripercuote, come in cerchi concentrici, anche fuori di sé. Ogni nostra azione o parola ha una ripercussione sulla realtà immediatamente vicina a noi e, in alcuni casi, su tutto il mondo. Ad esempio sporcare il mare con una bottiglia di plastica, favorire un pensiero politico anziché un altro, ma anche non averne affatto ha inevitabilmente le sue ripercussioni.

“La libertà m’impegna per il valore che io attribuisco all'umano” dice Sartre. E ancora: “non vi è una situazione inumana”. Certo che è umano! È l’uomo che lo fa, e quell’uomo sono anche io. È mia la responsabilità di come vanno le cose nel mondo.

Ancora Sartre scrive ne L’esistenzialismo è un umanismo: “Ma, se veramente l’esistenza precede l’essenza, l’uomo è responsabile di quello che è. Così il primo passo dell’esistenzialismo è di mettere ogni uomo in possesso di quello che egli è e di far cadere su di lui la responsabilità totale della sua esistenza. E, quando diciamo che l’uomo è responsabile di se stesso non intendiamo che l’uomo sia responsabile della sua stretta individualità, ma che egli è responsabile di tutti gli uomini”.

L’essere umano si autodetermina mediante un proprio progetto esistenziale, che comporta decisioni, scelte e la presa di responsabilità.

Il venir meno di valori fissi che segnò gli anni dell’esistenzialismo ha lasciato senza dubbio una ingente eredità anche alla nostra epoca; oggi viviamo in una società liquida, con riferimenti fluidi, instabili. La realtà è fuggevole quanto precaria. “La modernità è la convinzione che il cambiamento è l'unica cosa permanente e che l'incertezza è l'unica certezza” afferma Zygmunt Bauman.

Ed è qui che si inserisce il counseling oggi, una bussola per riorientarsi.

Nel 1962, nacque negli Stati Uniti la Psicologia Umanistica, che venne ribattezzata la “terza forza”. Sostenitori ne furono gli psicologi Maslow, Rogers e May, che diedero vita all’Associazione Americana della Psicologia Umanistica (AAHP).

L’appellativo di terza forza si riferiva alla contrapposizione rispetto alla psicoanalisi clinica e al comportamentismo, che proponevano una visione dell’essere umano decisamente frammentaria e riduttiva. Tanto l’uno quanto l’altra semplificavano in modo deciso la complessità umana. Per i comportamentisti, come John Watson, l’uomo era una sorta di macchina animata soltanto da meccanismi stimolo-risposta rispetto alle sollecitazioni dell’ambiente circostante. In questo senso l’uomo, quindi, veniva posto in una dimensione astorica e precostituita, a tutto svantaggio della dimensione soggettiva.

La psicoanalisi freudiana, invece, vedeva l’uomo come dominato e plasmato da forze pulsionali inconsce, a volte anche distruttive.

In tutti e due i casi erano messi da parte elementi tipicamente umani, quali l’intenzionalità, la creatività, la volontà, la libertà, la responsabilità, tutti fattori propri di una personalità sana.

Lasciandosi alle spalle o mettendo da parte la visione passiva o determinista, enfatizzata dalla psicoanalisi e dal comportamentismo, la psicologia umanistica di Carl Rogers ci parla della libertà dell’essere umano. Essa pone l’accento sulla nostra capacità di progredire e creare un mondo migliore, ci incoraggia a essere responsabili di noi stessi, ad aprirci all’esperienza attraverso una terapia non direttiva, con la quale favorire l’autoconoscenza.

La psicologia umanistica utilizza un metodo olistico e dinamico, prendendo in considerazione, nella persona, gli aspetti corporei, psicologici, sociali e spirituali che contraddistinguono l’esistenza di ciascuno; è necessario, infatti, comprendere l’esperienza del soggetto così come egli la vive, nella sua totalità.

Non si può comprendere un comportamento senza capire anche la struttura esistenziale di un organismo e la sua visione del mondo; ogni organismo, infatti, è parte attiva di un complesso sistema di relazioni con il mondo.

Per gli psicologi umanisti era ormai superata la figura del “paziente” come essere passivo, al suo posto subentrava il “cliente”, capace di diventare un esperto nel proprio percorso di autoconoscenza e nella propria crescita personale.

Il rapporto tra cliente e terapeuta diventa, pertanto, un incontro fra due esseri umani uniti da un obiettivo comune: esplorare l’io autentico per poter prendere delle decisioni più soddisfacenti.

La psicologia umanistica, dunque, volge il suo interesse allo sviluppo e all’accrescimento delle potenzialità della persona.

La caratteristica più rilevante del modello umanistico-esperienziale è l’importanza data all’esperienza. L’esperienza non è subordinata a teorie, concetti, ipotesi e spiegazioni, a teorie etiche e morali; essa è l’unica cosa vera, reale dell’altra persona, così come essa la vive. L’empatia diventa, in questo contesto, il più importante mezzo di conoscenza dell’altro.

Nell’ottica della psicologia umanistica cambia anche il ruolo del terapeuta, che non è più quello del tecnico-riparatore di una disfunzione, ma piuttosto, come sostiene Salvatore Norcia, quello di “una sorta di facilitatore del processo di crescita della persona”, che accompagna il cliente “nella ri-scoperta delle proprie risorse che lo porteranno a compiere scelte maggiormente libere e consapevoli”.

“Mi rendo conto”, afferma Carl Rogers, “che se fossi stabile, costante o statico, vivrei come un cadavere. Accetto così la confusione, l’incertezza, la paura e gli alti e bassi della vita emotiva, perché sono il prezzo che pago volontariamente per una vita fluttuante, intensa e stimolante”.

E ancora lui dichiara: “Un counseling efficace consiste in un rapporto flessibile, ma ben strutturato, che permette al soggetto di raggiungere un grado di autocomprensione tale da consentirgli di adottare provvedimenti positivi, alla luce di questo suo nuovo orientamento”.

Il counseling dovrebbe aiutare la persona a sviluppare la sua tendenza all’azione costruttiva, una tendenza insita naturalmente in ogni organismo, un naturale impulso alla crescita e all’autorealizzazione.

Il ruolo del counselor, quindi, è quello di facilitatore lungo tutto il percorso di cambiamento e di sviluppo dell’individuo, senza interventi direzionali, ovvero senza dare direttive, ma semplicemente aiutando a illuminare le zone buie che la persona percorre, affinché possa scoprire se stessa e prendere decisioni proprie con risorse proprie.

Il counselor ha il compito di creare un ambiente relazionale empatico e autentico, in cui sia assente ogni forma di giudizio; questa atmosfera faciliterà la ricerca dei reali bisogni del cliente, delle sue reali aspirazioni e delle difese che finora ne hanno impedito la realizzazione.

In questo percorso ha un ruolo centrale l’empatia. Siamo tutti empatici e l’empatia è organismica, pertanto, come tale, è insita naturalmente in ogni essere vivente. In quanto appartenenti al mondo animale siamo naturalmente empatici (vedi Giacomo Rizzolati).

La scarsa empatia che talvolta percepiamo negli altri è il sintomo che alcune aree sono state inibite o rese ipertrofiche, in altre parole si è inspessita una difesa nel proprio modo di essere e di interagire con gli altri. Ma non esiste un essere vivente che non abbia la facoltà di sentire.

In un setting di counseling è più importante sentire l’altro e fare in modo che l’altro percepisca la nostra partecipazione empatica piuttosto che capire. Il cliente, infatti, è circondato da persone che lo capiscono (così dicono), ma pochi, veramente pochi che gli diano l’ascolto e la comprensione di cui avrebbe bisogno.

 

 

 

 



[1] Secondo Aristotele l’essenza è “ciò per cui una certa cosa è quello che è, non un’altra cosa”; in altre parole è ciò in base a cui una cosa si differenzia da tutte le altre.

 

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