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La poesia salva la vita

La poesia salva la vita - Centro Sarvas

Capire noi stessi e il mondo attraverso le parole.

Articolo di Maria Vittoria Longo

"La poesia salva la vita" libro di Donatella Bisutti

Lodovico Belgiojoso, architetto, è stato tra i detenuti nel campo di concentramento di Mauthausen durante la seconda guerra mondiale. Per reagire a quello che subiva aveva preso l’abitudine di recitare alcune poesie che ricordava a memoria per poi comporne e memorizzarne alcune sue. Dalla disperazione più assoluta, le poesie hanno alimentato in lui la speranza e lo hanno portato ad essere uno dei pochi ad uscire vivo da quell’inferno.

Chi crederebbe dunque che la poesia può salvare la vita? Se lo si chiedesse a Lodovico Belgiojoso, direbbe che per lui è stato davvero così.

 

“Poetico” non è sinonimo di ameno o di bello o di degno di attenzione. Siamo noi che facciamo diventare “Poetico” qualcosa con il nostro modo di guardarla. Se sapremo guardare all’ordinario e il banale con meraviglia essi diverranno unici e questo li renderà poetici.

È questo che Donatella Bisutti sottolinea all’inizio della sua opera: la magia che si compie nella poesia. Quella magia che non è altro che un diverso modo di guardare.

Con la poesia le parole diventano oggetti hanno cioè una forma, un colore, un sapore o un movimento.  Quindi oltre ad un significato hanno anche caratteristiche fisiche che vengono colte dai nostri sensi. Pertanto le parole possiamo leggerle contemporaneamente su due scale: quella dei significati e quella della fisicità delle parole. La poesia è la sola che le adopera contemporaneamente.

Sulla scala della fisicità delle parole però, ognuno ha il suo linguaggio. Un esempio può essere la percezione sensoriale che ognuno di noi ha delle vocali. Anche io ho provato a scrivere la mia percezione di loro.

 

Le sensazioni delle mie vocali

A vivo arancio,

profumo di costiera, mandarino in fiore,

senso di calore;

E verde prato,

umido di rugiada, estensione del finito,

senso di smarrito;

I giallo pastello,

tenue profumo di bergamotto, lieve lucentezza,

senso di altezza;

O blu notturno,

profondo mistero, scuro desiderio,

senso di riposo sereno;

Infine, U vedo viola,

primule di primavera, accoglienza e creatività,

senso di maternità.

 

Colori e vocali sono collegate da associazioni che ci sfuggono ma che in realtà hanno a che fare con le immagini contenute nel nostro inconscio. Le associazioni collegano le due scale di linguaggi.

Noi infatti abbiamo ben due linguaggi: quello convenzionale che usiamo per le nostre esigenze concrete, quello individuale che riusciamo ad usare solo con persone con le quali creiamo una certa affinità. Quando possiamo usare questa seconda tipologia di linguaggio ne siamo felici e amiamo le persone con le quali lo usiamo.

 

Nella nostra società di oggi si pensa sempre di più ad un “io” scisso tra mente e corpo. Un io così diviso risulta però un io infelice. Per renderlo felice bisogna usare entrambe le scale suddette poiché in tal modo il linguaggio della mente e quello del corpo si fondono in un unico linguaggio.  È la poesia che usando entrambe le scale unisce il nostro corpo e la nostra mente. La felicità quindi non consiste in qualcosa che possiamo avere ma in ciò che possiamo essere.

Al contempo la memoria del corpo e quella della mente sono due memorie differenti: la prima è una memoria irrazionale, indipendente dal nostro volere, mentre la seconda è una memoria da noi gestibile. La memoria del corpo richiama la memoria dell’immagine: esse sono la nostra memoria profonda che ci richiama qualcosa che abbiamo conosciuto, visto, incontrato, in maniera spontanea ogni qual volta rincontriamo le stesse sensazioni ed emozioni in un qualsiasi altro contesto o oggetto. Emozione chiama emozione simile sulla nostra pelle e del nostro immaginario.

La prima domanda che spesso ci si pone leggendo i versi di una poesia è: “Che cosa vuol dire?”  Ebbene, l’autrice ci sottolinea come non esiste domanda più sbagliata o, per meglio dire, più impossibile. La poesia infatti ci descrive qualcosa, ci dà emozioni e sensazioni che noi trasformiamo in immagini. Con la poesia passiamo dal suono all’immagine. Prima di tutto ognuno di noi ha in sé un database di immagini che vengono sfogliate ogni qual volta leggiamo una poesia scegliendo poi quella che si avvicina maggiormente a livello di sensazioni a ciò che ci suscita quello che stiamo leggendo. Emozioni simili si richiamano e risvegliano in noi le immagini che le hanno provocate.  Al contempo però ciò non basta. A questa immagine già presente nella nostra memoria profonda dovremo unire le indicazioni precise che ci dà la poesia e pertanto entra in gioco la fantasia. Immagini che ricordiamo rielaborate dalla fantasia che segue le istruzioni della poesia, creano la nostra immagine della poesia. Leggendo una poesia dunque, anche noi compiamo un gioco di associazioni ma lo faremo con i nostri personali sogni, desideri e/o paure poiché fanno parte del nostro linguaggio individuale.

Con ciò è facile comprendere come quest’immagine finale scaturita dalla lettura di una poesia sia differente per ognuno di noi, per ogni lettore. Questo ripescaggio incontrollato dall’inconscio/memoria profonda e l’utilizzo della creatività per elaborare le immagini che ci giungono, ricollegano la poesia all’arte terapia. In entrambi i casi l’arte e la poesia ci riconducono al nostro inconscio e generano in noi consapevolezze nuove su noi stessi, illuminando angoli di noi a noi stessi nascosti e sconosciuti.

Sia la poesia che la pittura generano immagini anche se la pittura crea immagini visibili e immobili mentre la poesia le crea solo nella nostra mente ma si modificano di continuo in essa. Entrambe hanno comunque la stessa origine: l’emozione.

Infatti, la poesia, come la pittura, nascono da un’emozione. Talvolta però, siamo portati a recepirle in maniera sempre più debole con il loro ripetersi che ci porta a banalizzarle o con la loro irruenza che ci può ferire, pertanto in qualche modo blocchiamo il loro flusso riuscendo ad emozionarci sempre meno. Sta proprio qui la differenza con un poeta. Egli è contento di avere le emozioni, anche se negative o dolorose, ed è come se vedesse e vivesse le cose sempre per la prima volta, nulla è banale o ripetitivo. Dovremmo essere tutti poeti in questo senso e imparare a non aver paura o noia delle nostre emozioni quanto piuttosto incanalarle e farle diventare energia.

La poesia, inoltre, può diventare essa stessa disegno. È il caso dei calligrammi. L’ autrice ne riporta alcuni esempi, ma ho voluto cimentarmi anche io nella sperimentazione di questa particolare stesura di versi e ne riporto il risultato.

 

 

Ma, da dove nasce allora la poesia?

L’autrice descrive la nascita della poesia come una sorta di “cortocircuito” fra la realtà e il contenuto del nostro inconscio, provocato dal passaggio di un’emozione che, attraverso associazioni, fa nascere un’immagine. In quest’immagine si fondono mente e corpo, conscio e inconscio, intelligenza e sentimento.

La poesia non ci imbriglia in rigide regole, sebbene tecniche, giochi di parole e figure retoriche siano talvolta studiate, quanto, per lo più ci rende liberi. La poesia ci richiama ad abbandonarci, come bambini, alle suggestioni, agli echi, a cercare di andare sempre oltre il primo e più istintivo significato che ci richiama una parola. Ci invita ad un ascolto più profondo, alla ricerca di un senso se non di molteplici. E tutto questo ci riporta alla vita: anche in essa, infatti, il senso più vero delle cose e delle situazioni non è mai quello che ci appare subito chiaro. Ciascuno di noi deve essere esploratore e protagonista della poesia come della vita in costante ascolto, ricerca e sperimentazione.  

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