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Disturbi del comportamento alimentare

di Salvatore Norcia

In questo mio scritto cercherò di mettere in evidenza alcune delle caratteristiche salienti e maggiormente rilevanti dell’odierna società “evanescente”, gli imperativi che ne discendono ed alcune delle conseguenze psicoemotive sugli individui; tutto questo verrà messo in relazione con i DCA visti come particolare ed emergente forma di disagio  ( dal latino disadiacens <>).  

Intanto, possiamo affermare che oggi, come è noto, viviamo in una società-mondo, cioè in un sistema sociale globalizzato , non solo per quanto riguarda gli aspetti economici ma per ciò che riguarda quasi tutte le esperienze sociali degli individui. Per globalizzazione, di cui oggi si parla molto, si può intendere << l’intensificazione di relazioni sociali su scala mondiale che collegano fra loro località distanti facendo sì che eventi locali siano modellati da eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa>>[1], in un mondo globalizzato vengono aboliti o sono sempre meno forti i confini, è possibile viaggiare in tempi ridotti in tutte le parti del mondo, ma a poter viaggiare con estrema facilità sono anche le merci e negli ultimi anni anche il denaro, attraverso la sempre maggiore importanza generale che ha acquisito l’economia finanziaria, ma sopratutto ad essersi liberata da qualsiasi vincolo (ai singoli corpi individuali) e quindi ad essere divenuta davvero globale è la comunicazione, grazie in particolare alla poderosa diffusione che hanno avuto le tecnologie informatiche, che oggi si sono dispiegate su scala mondiale. Oggi ci troviamo di fronte una comunicazione sempre più separata dai contenuti, ma che acquista senso nella misura in cui è in grado di rimandare a qualcos’altro. Se quindi una prima caratteristica fondamentale è quella della globalizzazione, una seconda (strettamente connessa) la ritroviamo nella presenza dei “tempi reali”, ovvero della grande riduzione, sia dello scarto di tempo che intercorre tra un evento e la sua diffusione, sia del tempo necessario per spostarsi o comunicare tra parti del mondo anche molto distanti. In conseguenza di ciò, i confini sia fisici che culturali sono divenuti molto più deboli, ogni realtà dipende strettamente dalle altre in quanto facente parte di un unico e più vasto mondo globale o società-mondo; da ciò deriva anche che le identità etnico-culturali entrano profondamente in crisi in quanto fondate, costruite all’interno di una specifica appartenenza storica; ciò rappresenta un evidente problema in quanto la frammentazione d’identità genera, a sua volta, una crescente difficoltà a stare nella realtà, nella vita concreta, ad assumersi efficacemente delle responsabilità, in questo modo si evidenziano problemi nel processo di maturazione individuale. Inoltre vivere in ”tempo reale“ impone agli individui di sapersi spostare, entrando ed uscendo velocemente dalle diverse situazioni di realtà ( fisico-geografiche, professionali, emotivo-sentimentali), le separazioni devono avvenire in tempi brevissimi ( anche per sostituire continuamente una realtà con l’altra), in altri termini, nella  moderna società evanescente è necessario che sempre più persone siano incluse nel grande sistema della comunicazione, ciò sta quindi ad indicare che viene indotto << un orientamento cognitivo sempre più astratto nelle persone che partecipano alla comunicazione; un orientamento che permetta agli individui di adattarsi ad un sociale che sempre meno supporta la costruzione dell’identità individuale>>[2]. Un’altra caratteristica importante, sempre legata al tempo, è rappresentata dalla progressiva inconciliabilità tra i “tempi interni e i tempi esterni”, infatti negli ultimi decenni si è creato un processo di enorme moltiplicazione delle attività che concorre fortemente nello sviluppare un grado elevato di pressione temporale, pressione che si inserisce a pieno titolo nella cultura del tempo dominante che privilegia << un approccio quantitativo alla temporalità, la concezione efficientistica, economicistica e utilitaristica del tempo, la velocità come valore primario, la programmazione temporale a tutti i livelli>>[3]; risulta chiaro che se, come abbiamo visto prima, la separazione da ogni realtà ( a prescindere dal suo valore emotivo intrinseco) deve essere a “ tempo reale” e ognuno deve partecipare il più possibile alla comunicazione, va da sé che la velocità e la capacità prestazionale dovranno essere elevatissime con conseguente riduzione dei tempi di esecuzione . Nonostante questo mutamento nei tempi sociali, si può osservare  che dall’altra parte esistono delle realtà interiori che continuano ad avere dei tempi propri, che sono diversi da individuo ad individuo, ma che soprattutto, sono divenuti profondamente diversi da quelli esterni; a titolo di esempio possiamo notare, infatti, che  dal punto di vista dell’evoluzione della specie, l’individuo di oggi è perfettamente identico a colui che ci ha preceduto nel Paleolitico, ma la quantità di informazioni che riceve in una giornata è equiparabile a quella che gli uomini e le donne della preistoria ricevevano nell’arco di tutta la loro vita. Da ciò è facile ricavare come, agli individui sottoposti ad un tale stress, divenga sempre più difficile trovare un equilibrio sano tra queste due realtà << in questo senso tra tempi interni (psichici) e tempi esterni (sociali) c’è sempre meno quella corrispondenza che permetteva di pensare ad uno sviluppo “a tappe” del sistema della personalità. L’individuo è sempre più psichico e sempre meno sociale>>.[4]Una quarta caratteristica decisamente importante è rappresentata dallo sviluppo crescente che ha vissuto l’economia finanziaria negli ultimi anni, infatti possiamo affermare che da qualche anno <<l’asse l="" comanda="" finanza="" la="" mercati="" dai="" oggi="" dominato="" mondializzazione="" di="" processo="" il="" finanziari="" simboli="" quello="" a="" reali="" rapporti="" dei="" mondo="" dal="" spostata="" si="" economia="" dell="">>.[5] Affermare che il mondo si finanziarizza, significa dire che esso diviene più astratto, sempre meno legato alla produzione e alla concretezza della materia, in altre parole il luogo dove rischio e speculazione la fanno da padroni. Inoltre, essere immersi in un mercato finanziario globalizzato, indica anche il fatto che se il profitto e il plusvalore divengono gli obiettivi massimi da raggiungere a tutti i costi ( soprattutto se su scala mondiale), per le specificità individuali e culturali si aprono due strade: o sono incluse nel sistema sociale, in quanto producono anch’esse valore aggiunto, partecipano alla comunicazione e quindi acquistano la dignità di persone (infatti nella accezione qui utilizzata, per persona si intende proprio un individuo che produce ed è inserito nel flusso della comunicazione) oppure non sono in grado di fare tutto ciò e diverranno dei corpi, cioè individui  esclusi dalla partecipazione alla comunicazione e destinati ai vivere ai margini della luccicante società-mondo e/o ad essere i maggiori usufruitori dei moderni Servizi dello Stato Sociale.

Una quinta caratteristica, legata alla precedente, non può che essere rappresentata dalla diffusione sempre più massiccia della virtualizzazione della realtà e del suo rapporto con la realtà reale. Dove quest’ultima sta indicare una realtà attuale, di fatto, concreta, mentre la seconda indica una realtà possibile;  non sono una il contrario dell’altra, ma rappresentano entrambe la realtà: una lo è in atto e l’altra lo è in maniera potenziale << la realtà virtuale non è meno realtà di quella reale. E’ solo che sta a significare la necessarietà del possibile… Non solo un possibile come distinto da alcunché di attuale, ma un possibile che- proprio in quanto possibile- deve implicare un suo essere altrimenti… la forza evolutiva del virtuale non sta nella sua distinzione dalla realtà attuale, ma nel fatto che il virtuale ha in sé il seme autoriproduttivo della contingenza..Il virtuale è il possibile altrimenti elevato all’infinito>>[6].

 Se proviamo a pensare all’utilizzo che viene fatto del digitale, al suo peso ed importanza che ha assunto nella vita quotidiana dei singoli individui, anche in campi molto intimi e/o privati ( le chat, i videogiochi interattivi, le comunità virtuali,face book, ecc.ecc.) è facile capire la portata rivoluzionaria che ha questo fenomeno sulla società; in particolare sulla costruzione dei legami sociali e affettivi, e sul senso stesso dell’impegno e della responsabilità insito nel relazionarsi agli altri, al di là delle maschere e delle distanze che ognuno può inserire.  

Le ultime due caratteristiche di cui vorrei parlare, cioè la complessità e la contingenza, sono in realtà due situazioni strutturali e imprescindibili della società, rappresentano i due fili rossi e intrecciati fra di loro che attraversano tutta la modernità e che fanno acquistare senso veramente compiuto a tutte le caratteristiche enunciate fino ad ora.

Per complessità possiamo intendere un aumento importante delle opportunità e delle possibilità, chances di vita, all’interno delle quali è sempre più improbabile creare un ordine gerarchico, risulta sempre più difficile stabilire se un possibilità sia migliore o peggiore di un'altra; ma essa rappresenta soprattutto l’eccesso di possibilità rispetto ad una loro possibile attualizzazione; quindi aumentano le possibilità di scelta, senza avere più a disposizione un criterio sicuro per farle, ed esse sono molto superiori a quelle che poi concretamente si potranno utilizzare.

Per contingenza si intende la negazione contemporanea di necessità ed impossibilità, un’esperienza può sempre essere possibile e mai necessaria, cioè diviene sempre possibile così e altrimenti; la contingenza rappresenta davvero la caratteristica delle caratteristiche dell’attuale società, senza di lei nemmeno le altre si sarebbero sviluppate a questi livelli. In particolare sia la complessità che la contingenza, mi pare risultino completamente funzionali alla buona riproduzione del sistema sociale. Se però ci soffermiamo un istante e proviamo ad associarle e quindi a pensare ad un sociale ad elevata contingenza e complessità, non possiamo non notare come sia oggettivamente più arduo reperire dall’esterno orientamenti normativi significativi, diventa quindi obbligatorio costruire la propria individualità  (identità) a prescindere da supporti sociali e riferimenti culturali stabili, facendo affidamento sempre più al proprio interno, che però, essendo stato abituato, da sempre, ad essere riempito dall’esterno attraverso i processi di socializzazione, vive oggi una fragile solitudine e sempre più, si avvita su di un vuoto esistenziale incombente.

Ora, completata questa carrellata sulle caratteristiche dei sistemi sociali, ci soffermeremo ad analizzarne le conseguenze sugli individui. Se le caratteristiche e i modi di funzionare della società contemporanea sono quelli visti poco fa, sicuramente vi sono delle conseguenze sugli individui che in alcuni casi diventano dei veri imperativi da soddisfare nella propria vita quotidiana. Questa analisi non pretende di essere esaustiva e definitiva ma ha l’obiettivo di rendere più chiaro il rapporto tra evoluzione sociale e disagio individuale.

Una prima conseguenza o imperativo mi pare possa essere riscontrato nella ricerca spasmodica di celebrità o notorietà. Oggi è diventato fondamentale sapersi distinguere dalla massa, essere visibili, far sì che si parli di sé anche per un breve periodo, tutto ciò mi sembra ben dimostrato dal proliferare vertiginoso di improbabili dive/i della televisione e dello spettacolo, ed il conseguente aumento di trasmissioni televisive e rotocalchi rosa che se ne occupano, dal successo mediatico dei molti reality show prodotti, dove ciò che conta non pare assolutamente essere il contenuto ed il significato di ciò che si fa, ma semplicemente la riproduzione della comunicazione che deve aumentare l’illusione che tutti possono davvero essere celebri[7].

La seconda conseguenza è quella dell’obbligo della prestazione. Nel mondo di oggi bisogna essere i migliori, nel confronto-differenza con gli altri è necessario riuscire ad emergere, più si riesce in questo e maggiore è la sensazione di essere socialmente vincenti; la prestazione diventa un vero e proprio culto, che non si limita alle competizioni sportive, ma << la si ritrova in tutti i campi di attività dell’uomo, il quale vive una competizione perpetua, ogni giorno della sua vita: deve essere in piena forma sul lavoro, ma anche in ottima salute ( ammalarsi o invecchiare sono sempre più segnati dal marchio della vergogna), essere al massimo nella vita affettiva, nelle prestazioni sessuali o nei divertimenti>>[8]. In realtà però, questo dovere all’efficienza, si rivela poi per l’individuo, scarsamente significativo dal punto di vista identitario nel senso che non produce esperienze valoriali ed emotive di rilievo, anzi è spesso motivo di frustrazione nel momento in cui la prestazione non è risultata consona alle aspettative e si trasforma quindi, in una sorta di coazione a ripetere dalla quale diventa difficile uscire.

La terza conseguenza è rappresentata dal dovere alla felicità, che da una parte consiste nel rifiutare ed escludere come sconosciuta ed estranea, quasi indecente, la tristezza, e non vederla invece come un sentimento importante e spesso rigeneratore ; dall’altra consiste nel dare sempre più valore ad oggetti materiali che vengono presentati efficacemente come in grado di rendere felici. Ciò crea, per un verso, una grande difficoltà nell’affrontare situazioni dolorose portatrici di momenti infelici, ma del tutto connaturate con il percorso naturale della vita ( lutti, separazioni, frustrazioni, ingiustizie ecc. ecc.), dall’altro una crescente confusione nell’investimento affettivo ed emotivo su oggetti inanimati piuttosto che su esseri viventi.

L’ultima conseguenza non può non essere rappresentata dal dovere di comunicare, che oggi si lega all’esistenza stessa della persona: non essere inserito nel flusso autopoietico della comunicazione equivale a non esistere socialmente. Va ricordato infatti che << sul piano della comunicazione si afferma una forma del tutto indipendente dalla specifica esperienza simbolica sia di Alter sia di Ego>>[9], non è importante quindi né cosa né con chi si comunica, la cosa importante è che lo si faccia; è importante avere più contatti possibili, molte relazioni ( superficiali e non ingombranti), tanti “amici” ( vedi il fenomeno facebook). Dall’osservazione di questo must del comunicare, emergono due tra le grandi paure contemporanee: una è la noia, per cui bisogna cercare di riempire tutto, subito e in ogni momento, il vecchio dolce non far nulla è visto e vissuto come indecente ed insopportabile ; l’altra è l’assenza, sia attiva che passiva ( essere assenti e subire l’assenza), che induce grandi crisi quando è impossibile evitare la perdita, ed un ansia da presenza totale anche senza esserlo fisicamente, << gli strumenti della nuova interattività sono la rete di sostegno al nostro bisogno di sapere che non siamo stati abbandonati>>[10]  (pensiamo alla massiccia diffusione della telefonia cellulare ed alla comunicazione telematica).

Possiamo dire, quindi, avendo esaminato sommariamente le caratteristiche della nuova società-mondo ed avendo elencato alcune delle più significative conseguenze, che, in sintesi, oggi << i legami sono disseminati in una serie di incontri successivi, le identità sono mimetizzate da maschere indossate una dopo l’altra, le storie di vita sono frammentate in una serie di episodi che rivestono importanza per un breve periodo. Non si sa nulla con certezza, ed ogni aspetto dello scibile si può conoscere in modi differenti: tutte le modalità sono interscambiabili. Se un tempo si ricercava la certezza, ora la regola è l’azzardo. In questo tipo di mondo poche cose possono essere considerate solide e affidabili: non c’è più traccia degli antichi e robusti canovacci su cui tessere la trama del proprio itinerario esistenziale>>.

Se ora riprendiamo l’etimo della parola disagio ( che come abbiamo visto all’inizio significa << non giacere più presso, essersi allontanati da>>), possiamo affermare, con una certa tranquillità, che oggi ( grazie alle cose dette fin qui)  viviamo in un sociale che strutturalmente spinge gli individui ad un allontanamento, li pone sempre più spesso nella condizione di ritrovarsi “al di fuori di sé”; in altri termini l’esperienza del disagio diviene sempre più diffusa e le forme che esso assume divengono diversificate nei sintomi, ma probabilmente, sempre più legate dal punto di vista del significato che esso rappresenta.

Tra queste forme, certamente in forte aumento e tipico delle moderne società occidentali è quello dei disturbi del comportamento alimentare ( Dca), che comunemente vengono identificati in anoressia e bulimia ( anche se ve ne sono altri). Anoressia ( dal greco an-orexis << senza appetito>>) sta ad indicare una progressiva e continua astensione parziale o completa dal cibo. Bulimia ( voce greca composta da bous e limos <<fame da bue>>) indica una fame patologica, un’incapacità nel gestire l’appetito che sfocia in voraci “abbuffate” con la presenza (spesso) di vomito autoindotto. Anche se apparentemente rappresentano una il contrario dell’altra, in realtà esse vanno considerate un fenomeno unitario in quanto è possibile che la stessa persona possa passare da una forma all’altra durante il corso della sua vita, in genere si passa dall’anoressia alla bulimia, che quindi sono << due facce della stessa medaglia, dove l’anoressia indica la realizzazione dell’Ideale del soggetto, mentre la bulimia il suo naufragio legato all’irruzione del reale pulsionale sulla scena dell’Ideale. Dove, in altri termini, l’anoressia realizza una padronanza attraverso un’identificazione idealizzante e una gratifica di privazione, mentre la bulimia manifesta lo sfaldamento di questo stesso sistema che cede sotto i colpi di una compulsione a ripetere sregolata>. Come a dire che se non si raggiunge l’ideale patologico dell’autodisciplina, dell’assoluto autocontrollo e dell’autosufficienza dal mondo ( l’anoressia), si apre immediatamente una falla che farà irrompere la pulsione irrefrenabile di fagocitare, ingoiare Tutto, per poi sentirsi in colpa nell’aver ceduto e quindi procurarsi un piacere altrettanto patologico nell’autoindursi il vomito, ed espellere nuovamente Tutto ( bulimia).

In questi disturbi, anche per la violenza e l’evidenza quasi sfacciata dei sintomi, bisogna però assolutamente ricordare e sottolineare che  compito del sintomo è quello di occupare tutto il campo visivo, in modo da dare in pasto allo sguardo dell’altro, solo la propria immagine, mai se stessi. Il sintomo protegge dalla possibilità che l’altro veda il dolore e la debolezza, chi realmente siamo, ma protegge nello stesso tempo da un disagio più profondo, proprio perché ci impegna ossessivamente in una pratica che dà illusoriamente la sensazione di poter controllare la sofferenza. In questo senso, in molte persone che soffrono di disturbi alimentari sembra esserci un profondo senso di inadeguatezza, un sentire un difetto in se stessi, che spesso produce una vorace quanto disperata fame di << rapporti autentici, di una vita più piena e più ricca di significati>> che nell’odierno mondo contemporaneo appaiono obiettivi lontani e difficili da raggiungere, infatti come abbiamo notato in precedenza, aumentano le possibilità di contatto, di “connessione” tra le persone, ma paradossalmente diminuiscono le relazioni significative, cioè quelle relazioni che rappresentano riferimento e nutrimento affettivo per le esistenze delle singole persone, ma che per essere costruite hanno bisogno di impegno, continuità, onestà e responsabilità; inoltre in una società dove essere veloci e prestazionali, in ogni forma della propria esistenza, è divenuta una condizioni imprescindibile del vivere sociale e come abbiamo notato in precedenza, la sofferenza, soprattutto quella interiore, è divenuta impronunciabile, disdicevole, fonte di imbarazzo e vergogna, in tutti i modi difficilmente condivisibile, allora forse diviene più chiaro e comprensibile il fatto che i sintomi anoressia-bulimia siano visti e vissuti da chi ne soffre, come una fuga dal dolore, fino ad essere percepiti come forme di “cura”, di protezione dal mondo, ed è per questo che tali sintomi vengono difesi strenuamente da chi tenta, dall’esterno, di aggredirli, in quanto, tale aggressione, viene vista come una minaccia al tentativo di mantenere un “ordine” interno che permette di controllare la propria sofferenza senza doversi aprire al mondo ed ai suoi pericoli.

Ora, se tutto ciò di cui abbiamo parlato in precedenza, ha un suo senso, e se è vero che i DCA non sono un problema legato al cibo, almeno non solo, ma rappresentano una forma di disagio che ha a che fare con lo psichico ( cioè, etimologicamente, con l’anima) e con il modo in cui gli individui si percepiscono, si raccontano e stanno in relazione con gli altri; e se è altrettanto vero, che l’Uomo è costituito da aspetti biologici, psicologici ma anche sociali, allora quando si pensano, si studiano e si trattano i DCA, in quanto manifestazione violenta e profonda di un malessere e di un allontanamento da sé, non si può, credo, prescindere dal contesto socio-relazionale in cui, tutti, stiamo vivendo.

 

 

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