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Adolescenza e aggressività

Adolescenza e aggressività - Centro Sarvas

di Annica Cerino

1.                Introduzione

 

L’aggressività nasce dal bisogno di esercitare un controllo sull’ambiente e, come tale, non ha connotazione violenta; ogni aggressione corrisponde, infatti, al tentativo di far fronte alla minaccia di un’esperienza provocata dal contesto esterno: è un tentativo di affermazione e salvaguardia dell’Io minacciato.

Il comportamento violento e rabbioso è frequente in età adolescenziale, può essere diretto verso sé e verso gli altri. In questo caso l’aggressività si pone al servizio della crescita, rispondendo al bisogno di una riaffermazione di se stessi come non più bambini, ma quasi adulti. Diventa violenza quando diviene incontrollata e apertamente rivolta ad altri o contro se stessi, con carattere di distruttività.

Nel giovane in difficoltà con i compiti evolutivi dell’età, l’aggressività e la violenza sono espressione di un mancato controllo; la capacità di controllarsi, infatti, è indice di maturità.

La violenza, ma anche l’aggressività, sono domande di aiuto, sebbene siano espresse in modo contraddittorio.

L’adolescente aggressivo, infatti, è solo un adolescente che si sente incompreso.

 

2. I cambiamenti dell’adolescente

 

Dal punto di vista biologico la condizione dell’adolescenza è caratterizzata dal cambiamento ormonale, con le conseguenti modificazioni fisiche, soprattutto sul piano dei caratteri sessuali.

L’adolescente è dimidiato tra la sensazione di essere dipendente dagli altri e la crescente volontà di essere indipendente.

La sua immagine corporea viene messa in crisi dai cambiamenti della pubertà, dei caratteri sessuali primari e secondari, dall’idea della procreazione. Inizia ad avvertire la pulsione sessuale e ad essere investito da una vera e propria tempesta ormonale. Il corpo diviene uno spazio di sperimentazione: attraverso di esso il giovane sente di poter attrarre a sé gli altri, di poter attirare su di sé l’attenzione, l’affetto o l’amore; attraverso gli altri si rispecchia e cerca una sua identità corporea.

A volte il corpo dell’adolescente diventa un campo di battaglia: disturbi alimentari, abuso di sostanze, gravidanze precoci ecc.

In una società che investe molto sul mito della bellezza, sull’apparire, trascurando quindi l’interiorità, accade che gli adolescenti, così preoccupati dai loro mutamenti fisici, ne risentano eccessivamente, dando a volte troppo spazio all’aspetto esteriore nelle prime scelte sentimentali. Il fattore estetico diventa così il criterio in base al quale si pensa di essere scelti e su cui basare il successo sociale.

Nella realtà dell’adolescente rivestono grandissima importanza anche le prime esperienze sessuali, molto peso, ad esempio, è dato alla cosiddetta “prima volta”. I ragazzi e le ragazze pensano al primo rapporto con curiosità, ma al tempo stesso con ansia. Questo porta, a volte, a manifestare una sicurezza che non ha alla base una reale maturità psicologica e relazionale.

Nel primo amore, l’adolescente si sperimenta nella coppia e diventa il protagonista di un gioco sino a quel momento sconosciuto: il gioco dell’amore. In questo gioco è fondamentale sentirsi accettati, per potersi accettare. L’adolescenza è la fase della vita in cui si rincorre l’amore con maggiore trasporto ed è a quest’età che lo si scopre realmente. Le prime relazioni sono vissute con molta intensità, piene di speranze, di idealizzazioni e con sofferenza per i momenti di crisi o per la fine del grande amore. Il partner diventa così uno specchio fedele, fonte di sicurezza e centro dei propri interessi.

L’adolescenza è anche la fase in cui il “surplus” di energia libera determina la capacità di vivere l’innamoramento come possibile via d’uscita dal senso di solitudine che spesso affligge i ragazzi. Gli adulti in molti casi sottovalutano i sentimenti degli adolescenti, che invece vivono con grande serietà e profonda intensità i loro primi amori, preparandosi così a vivere quelli successivi. Infatti sono i primi amori, carichi di entusiasmo e di speranze, a influenzare il modo di vivere l’amore e la capacità di formare una coppia stabile in età adulta.

Ineludibili durante l’adolescenza sono anche le domande relative alla propria identità sessuale.

“Qual è il mio orientamento sessuale?”, “A quale genere sessuale appartengo?” si chiede il giovane.

Le trasformazione del corpo e la maturazione degli organi genitali innescano il bisogno di intensificare i comportamenti che caratterizzano il genere sessuale con il quale l’adolescente si identifica. Si tratta di una parte del più ampio processo di acquisizione di un’identità personale unica e definita, che permetta all’adolescente di percepirsi con una precisa definizione di sé stesso in termini di personalità, valori, credenze, preferenze e motivazioni.

Uno dei passaggi essenziali per la risoluzione di questo processo è l’acquisizione di autonomia rispetto alle figure genitoriali, cosa che può condurre anche a dei conflitti con i genitori stessi.

Questa ristrutturazione della propria immagine all’interno della famiglia viene vissuta come un lutto rispetto alla perdita della propria identità infantile.

La ricerca di indipendenza e il bisogno di autoaffermarsi come individuo non più bambino, quindi non più passivo, ma attivo e protagonista della propria vita, coinvolge anche altre figure, come l’educatore, il professore, gli insegnanti. L’adolescente non si sente libero di muoversi all’interno di una cornice fatta di comportamenti definiti da altri, quindi condizionato dai genitori, dai professori, dalla scuola.

Dietro un comportamento aggressivo c’è, da una parte, la necessità di una maggiore indipendenza e di acquisire spazi di libertà, dall’altra la necessità di sentirsi ancora protetti dai genitori.

L’aggressività è anche una forma di espressione delle proprie frustrazioni dovute al fatto di dover sottostare ai condizionamenti imposti da altri.

L’adolescente tenta di padroneggiare l’angoscia di una transizione che lo mette a confronto con la perdita, con l’indefinito e con il vuoto.

È nella natura stessa dell’adolescente spingersi verso e, a volte, oltre il confine consentito, ciò permette la scoperta dei propri limiti, della propria identità. L’adolescente con la crescita fa l’esperienza di come la libera espressione delle emozioni, dei gusti personali, delle scelte, dell’abbigliamento informale, delle opinioni controcorrente si scontri con il rifiuto, la disapprovazione, l’umiliazione e la punizione.

Domande e affermazioni tipiche dell’adolescente sono: “Sono maschio o femmina?”, “Mi piacciono più i maschi o più le femmine?”, “Mamma e papà mi vogliono bene? Mi vogliono bene così come sono?”, “Come sono?”, “Cosa mi sta succedendo?”, “Sono strano?”, “Voglio essere diverso dagli altri!”, “Voglio essere diverso dai miei genitori!”, “Sono diverso dai miei genitori!”, “Sono come gli altri o no?”, “E se non sono come gli altri, cosa mi succederà?”, “Chi diventerò?”, “Come mi accoglierà la società?”, “Cosa si aspettano gli altri da me?”, “Come posso essere me stesso e, allo stesso tempo, non deludere i miei genitori? Chi e come potrà amarmi oltre a loro?”, “Sono bello o brutto?”, “Piaccio o non piaccio?”, “Sono interessante o no?”, “Cosa mi interessa veramente?”, “Quali sono i miei interessi, hobby, passioni?”, “Quali interessi mi fanno essere più accettato dagli altri?”

 

3. Le difficoltà dell’adolescenza

 

Oltre che confrontarsi con il cambiamento della propria identità psicofisica, con la maturazione sessuale, con la rinuncia alla sessualità infantile e l’accettazione dei limiti legati all’identità di genere, alla differenza tra i sessi e le generazioni, nel corso dell’adolescenza i ragazzi sperimentano il venir meno dei privilegi dell’infanzia; compaiono nuove dimensioni esistenziali, quali il sentimento dell’inarrestabilità del tempo e dell’ineludibilità della morte.

L’adolescente deve riuscire ad affrontare i cambiamenti senza essere sopraffatto da emozioni penose, con la consapevolezza di poter abbandonare gli oggetti incestuosi senza divenire vittima di istanze regressive.

L’aggressività si pone di nuovo al servizio della crescita, rispondendo al bisogno di una riaffermazione dell’istinto di vita: l’adolescente intende mettere al sicuro i genitori dalla propria aggressività, distanziandosi da loro, in maniera reale o simbolica. In questo modo indirizza verso l’esterno i propri interessi e, allo stesso tempo, si difende dal panico dovuto all’eventuale riacutizzarsi di fantasie incestuose. Provocazioni e trasgressioni, sfide, ribellione, intransigenza e  passività ostile sono parte della battaglia intrapresa dall’adolescente per “sentirsi reale” (Winnicot 1963).

Rabbia e sentimenti sessuali negli adolescenti tendono a mescolarsi e in alcuni di loro la relazione oggettuale diviene tanto più difficile da sopportare quanto più è necessaria. Il fatto che sia necessaria, nell’ottica della pubertà, la rende pericolosa ai fini dell’individuazione.

La violenza sembra quindi scaturire dalla percezione che l’adolescente ha, più o meno consapevolmente, della propria dipendenza e passività (Jeammet 1992).

La violenza può essere vista, allora, come una difesa che, mediante una separazione improvvisa, rompe, o almeno scuote, una relazione avvertita come oltremodo vicina; il comportamento violento è infatti spesso preceduto da una relazione troppo coinvolgente, spesso caratterizzata da una certa ambivalenza e che, normalmente, vede interessata una figura genitoriale. 

L’agito implica l’effrazione di quei limiti visti come costrittivi e mette in atto un processo di separazione, di differenziazione rispetto all’altro, con la trasformazione del giovane in attore della relazione, da personaggio passivo quale era. Queste azioni costringono contemporaneamente l’ambiente a reagire, imponendogli una risposta anche forte.

Mediante l’agito l’adolescente può contenere, anche se in maniera patologica e non definitiva, un insostenibile senso di precarietà.

La violenza, quindi, è una richiesta di aiuto posta in una condizione di dipendenza affettiva e attraverso messaggi contraddittori, in quanto la necessità di una relazione di dipendenza è associata al bisogno di porre fine proprio ad un rapporto così totalizzante.

L’adolescente, pertanto, alterna la richiesta ai genitori di acquisire spazi di libertà, anche sessuale, con la necessità di sentirsi ancora protetto, in un rapporto quasi di fusione.

Il comportamento aggressivo appare pertanto riconducibile all’assenza di limiti e alla sofferenza che essa genera, nonché all’esistenza di legami affettivi patologici presenti nel profondo della storia del soggetto e della sua famiglia, che vanno ben al di là delle cause scatenanti immediate.

Questi giovani sono caratterizzati da una grande fragilità emotiva, dalla tendenza ad agire impulsivamente per una condizione di vulnerabilità narcisistica, che spesso viene definita dai genitori come “permalosità esagerata”; essa si associa ad esperienze di umiliazione, mortificazione e vergogna, derivanti da aspettative disattese e mancata gratificazione delle attese narcisistiche, principalmente da parte dei genitori.

Con la crescita e la presa di consapevolezza del proprio essere individuo separato, nasce nel bambino un conflitto tra il desiderio di un riavvicinarsi alla madre e il timore che questo avvenga; questo richiede un grande sforzo che porta all’evoluzione.

La rinuncia all’onnipotenza va di pari passo con lo sviluppa di un’aggressività che consente di difendere la conquistata autonomia in nome dell’individuazione. Tale aggressività è caratterizzata dalla minaccia fisica, che l’adolescente, a differenza del bambino, può mettere in atto.

È possibile individuare fattori di rischio che predispongono a comportamenti auto ed etero-aggressivi, tra i quali:

  • vulnerabilità individuale;
  • disagio familiare e relazionale;
  • scarso supporto familiare e ambientale;
  • genitori affetti da patologia psichiatrica;
  • esperienze infantili fortemente traumatiche;
  • scarse capacità di mentalizzazione e simbolizzazione;
  • pubertà precoce;
  • disturbi della sessualità, troppo o molto poco praticata;
  • difficoltoso controllo degli impulsi;
  • abbandono scolastico;
  • vivere in quartieri a rischio;
  • appartenenza a un gruppo deviante;
  • abuso di droghe;
  • violazione di norme.

Gli adolescenti insoddisfatti, particolarmente dipendenti dagli oggetti esterni che dovrebbero fornire loro soddisfazione, trovano difficile differenziarsi se non attraverso l’azione.

Sono in genere ragazzi particolarmente sensibili alla perdita e alla frustrazione, con carenze sul piano dell’autostima ed estremamente dipendenti da una figura genitoriale. Sono caratterizzati da un umore spesso instabile e tendente alla disforia, con sentimenti di rabbia verso sé e gli altri; sono propensi all’agire in senso lato, compreso l’autolesionismo, che in alcuni casi porta all’auto-sabotaggio delle proprie risorse.

Di fronte alla manifestazione di violenza è importante porre dei limiti. Il divieto, posto in maniera chiara, è un modo per rendere l’adolescente libero di orientarsi e offrirsi agli altri, rinunciando all’oggetto d’amore primario: la madre.

La limitazione, quindi, non è repressione, ma piuttosto una forma di apertura; l’adolescente avrà in questo modo uno spazio di libertà entro il quale muoversi in autonomia, senza la mediazione di una figura genitoriale.

In tal modo si offre al ragazzo la possibilità di svincolarsi dal mondo dell’onnipotenza e dalla relazione di esclusività, che nella sua stessa intensità rappresenta una minaccia, che evoca risposte aggressive (Jeammet, 1992).

 

4. Il colloquio con l’adolescente

 

Quando il terapeuta si trova a confronto con l’adolescente deve tenere ben presente il fatto che egli vive delle significative discontinuità interne, che rischia di proiettare all’esterno, determinando delle fratture profonde.

A differenza dei genitori e di molti altri adulti, il terapeuta non conosce il passato dell’adolescente, non può avere un’immagine precostituita di lui, pertanto può accoglierlo senza pregiudizi, nella sua nuova immagine, per quanto contraddittoria essa sia.

A causa di tutte le peculiarità dell’adolescente sopra analizzate, è impensabile proporre nel colloquio con esso un setting psicoanalitico classico, che non tenga conto della tendenza del giovane all’acting, la quale si potrebbe esplicare nel porsi  in atteggiamento di sfida, di provocazione nei confronti del terapeuta. È necessario, pertanto, fornire al giovane un’esperienza di sostegno (holding), che lo faccia sentire al sicuro e compreso quando esprime il suo mondo interiore.

Durante il colloquio il terapeuta può trovarsi di fronte a diversi scenari: l’adolescente può essere disposto al dialogo, ma in questa apertura può parlare di sé in termini astratti, come se i suoi problemi non lo coinvolgessero direttamente; l’adolescente può rifiutare il dialogo, chiudendosi in un silenzio ostile, che ha lo scopo di segnare dei confini nei confronti delle intrusioni dell’adulto; l’adolescente può dimostrarsi arrogante e provocatore, nascondendo dietro a tale atteggiamento una profonda svalutazione di sé.

Davanti alle diverse reazioni possibili del giovane, il terapeuta dovrà mantenere un atteggiamento di silenziosa accettazione, che denoti disponibilità interiore, in  maniera tale che il ragazzo sperimenti la presenza di un adulto che non reagisca nella maniera più ovvia, accusandolo o incolpandolo.

Il terapeuta, dunque, dovrà dimostrarsi disponibile, ma anche fermo, in modo tale da rappresentare un punto di riferimento stabile durante il percorso evolutivo dell’adolescente.

Come si è visto, l’adolescenza è caratterizzata da una doppia istanza: la spinta verso l’individuazione e la necessità di sostegno. Il colloquio con l’adolescente dovrà quindi tener conto di entrambi questi aspetti e il terapeuta dovrà sostenere il giovane nel percorso di individuazione che lo renderà adulto.

La richiesta di consultazione potrebbe essere vista come la ricerca di uno spazio entro il quale esprimere sensazioni di non appartenenza, di estraneità, spesso accompagnate da sintomi fisici quali giramenti di testa, svenimenti etc.

Nel corso della conoscenza durante i primi incontri si dovranno prendere in considerazione vari fattori, come: le manifestazioni cliniche e la gravità della sintomatologia; il livello di coinvolgimento o di distacco dei genitori rispetto alla patologia del giovane; eventuale patologia pregressa, psicologica o psichiatrica, del ragazzo; il livello di organizzazione intrapsichica dell’adolescente.

Ci sono diversi metodi per valutare l’organizzazione psichica dell’adolescente, a seconda degli orientamenti teorici; uno di questi è quello di Otto Kernberg, applicato agli adolescenti dalla moglie Paulina. Tale metodo integra la tradizione americana della psicologia dell’io con la scuola inglese delle relazioni oggettuali e propone di prendere in considerazione tre elementi: l’identità (come integrazione degli aspetti di sé); il livello di maturità dei meccanismi di difesa; l’esame di realtà (cioè la capacità di distinguere le proprie fantasie dalla realtà esterna).

L’applicazione di questo metodo all’adolescente presenta delle peculiarità e il terapeuta deve di volta in volta calibrare la propria azione, tenendo conto di tre coordinate tecnico-metodologiche: tempo interno e tempo esterno; setting e holding; neutralità e presenza reale.  

In adolescenza la richiesta di consultazione psicologica può seguire diverse vie; possono essere i familiari a rivolgersi al terapeuta, senza che il giovane ne sappia nulla o addirittura contro il suo parere; possono essere i familiari in accordo col ragazzo; può essere l’adolescente stesso a chiedere il colloquio.

Quando la richiesta è effettuata dai soli genitori, il terapeuta deve tener conto di vari rischi; egli potrebbe, da un lato, identificarsi troppo con l’adolescente, attribuendo ogni responsabilità ai genitori e negando gli oggettivi problemi del ragazzo, dall’altro potrebbe associarsi ai genitori e con loro rappresentare l’adulto sano, di contro al giovane “malato”.

Nel caso di una richiesta congiunta di genitori e figlio, durante i colloqui potrebbero alternarsi conflitti differenti e complessi; in tal caso i familiari dovrebbero prendere consapevolezza di tali conflitti e individuarne le possibili cause.

La terza possibilità, forse quella meno problematica, spesso si concretizza durante la tarda-adolescenza, quando cioè il giovane è già proiettato verso l’età adulta e desidera comprendere meglio i conflitti che da tempo percepisce nella sua interiorità.

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